Sassari Nicola Trentin, ex campione di salto in lungo con un personale di 8,20 metri (quinta miglior prestazione italiana di sempre), ha vissuto una carriera ricca di successi. Ha partecipato alle Olimpiadi di Atene 2004, a due Mondiali e a due Europei. La sua storia, però, non è fatta solo di record e medaglie: è un racconto di passione, sacrificio, malattia e rinascita. Oggi, dopo aver superato una battaglia contro un tumore benigno al nervo acustico, Trentin è di nuovo impegnato nel mondo dello sport si dedica ai giovani atleti sardi e coltiva altre passioni, come la musica, la fotografia e il videomaking.
Quando ha capito che il salto in lungo sarebbe diventato la tua specialità?
«La passione era per l’atletica in generale, mi piacevano anche la velocità e i lanci. A 15 anni, durante uno stage a Oristano, l’allenatore Francesco Garau mi chiese quale specialità facessi. Gli dissi che facevo triplo e giavellotto, ma lui mi guardò e mi disse: “Tu farai lungo e forse triplo”. Da lì iniziai ad allenarmi seriamente nel salto in lungo. Ricordo che mi disse che avevo i piedi migliori di Milko Campus, uno dei più forti saltatori italiani. Per me, che ero ancora un ragazzino, sembrava fantascienza poter ambire alle sue misure. Poco dopo, ai campionati studenteschi, saltai 6,30 metri, che era il mio personale. Poi feci subito un lavoro intenso sulla tecnica e poche settimane feci 7,28. Quello fu il momento in cui capii che il salto in lungo sarebbe stato il mio futuro».
Le Olimpiadi erano il suo sogno
«Alle elementari lo sport era sempre la prima cosa a cui pensavo sin da quando mi svegliavo. Ricordo che tutti i miei compagni dicevano che ero forte, e io rispondevo che un giorno avrei fatto le Olimpiadi. Sembrava una cosa detta tanto per dire, ma poi è successo davvero. Ho partecipato ad Atene 2004, e l’emozione di entrare nello stadio con 60.000 persone e la torcia olimpica accesa è stata pazzesca. Purtroppo, sono arrivato tardi a fare esperienze di quel tipo, avevo già tanti segni di infortuni. Con i metodi di allenamento di ora e anche con la serenità che c’è oggi nel vivere lo sport e gli allenamenti forse avrei potuto partecipare anche ad altre Olimpiadi e ottenere anche risultati più importanti».
Suo padre, Vittorio Trentin, è stato il suo primo allenatore. Come era il vostro rapporto?
«Non poteva che essere molto complicato. Quando sei ragazzino va bene avere un padre come allenatore ma poi ma allenare un atleta maturo è complesso. Mio padre è stato fondamentale per me, ma a un certo punto ho capito che dovevo staccarmi. Mi confrontavo spesso con lui, soprattutto dopo i raduni federali, ma poi ho avuto altri punti di riferimento, come Francesco Garau e Gianfranco Dotta, che mi hanno aiutato a migliorare molti aspetti tecnici, compresa ad esempio la corsa.
Dopo una carriera ricca di successi, ha dovuto affrontare la malattia.
«Già da quando avevo 30 anni non stavo bene. Avevo problemi di equilibrio, acufeni e perdita di sensibilità. Pensavo che fosse dovuto agli allenamenti intensi o comunque che non fosse niente di grave. Ma poi negli anni ho continuato a stare male e alla fine mi è stato diagnosticato un tumore benigno al nervo acustico di cinque centimetri per cinque. L’intervento chirurgico è durato 18 ore. Ricordo ancora che il chirurgo che mi ha operato vedendo la mia risonanza disse che era un miracolo che fossi ancora vivo, viste le dimensioni ddi quella massa. Tra l’altro mi ha anche detto che sicuramente quando ho gareggiato alle olimpiadi il tumore era presente ed era già in grandi dimensioni. Chiudere la mia carriera sportiva non è stato uno shock, perché volevo solo stare bene. La riabilitazione è stata lunghissima e molto dura. Il mio obiettivo è stato da subito riprendere la vita che avevo lasciato, e ci sono riuscito».
Oggi come vive lo sport?
«Dopo aver smesso avrei voluto fare l’allenatore, ma per un periodo mi sono dovuto allontanare mio malgrado dall’atletica, lasciando anche il gruppo sportivo. Poi, grazie a Roberto Sassu, mi sono riavvicinato e ora sono responsabile del salto in lungo per le categorie che vanno dai 13 ai 17 anni. E in più collaboro, sempre per le stesse categorie, con la società Olimpia di Villacidro, Cerco di trasmettere loro la mia esperienza, correggendo piccoli dettagli che possono fare la differenza. Il messaggio che voglio dare è che con passione e determinazione si possono superare anche gli ostacoli più difficili».
Vede potenziali eredi di Nicola Trentin in Sardegna?
«Ci sono ragazzi con molto talento, ma devono ancora crescere. Vedo giovani che tra tre o quattro anni potrebbero fare ottime misure. Per far crescere l’atletica in Sardegna, servirebbe più umiltà e collaborazione tra i tecnici. Bisogna confrontarsi e condividere esperienze e non chiudersi come spesso accade».
Oltre allo sport, ha una grande passione per la musica ma anche per la fotografia.
«La passione per la musica è nata quasi per caso. Facevo il DJ e mi divertivo molto, ma ora mi dedico più alla fotografia e al videomaking, gestisco anche alcuni profili social e cerco di vivere una vita piena . Continuo a dedicarmi ai giovani atleti, ma voglio portare avanti anche altri progetti»
Il suo futuro?
«Continuare a fare cose che mi fanno stare bene, senza mai sprecare il mio tempo».