Senza colpevoli la morte dell’operaio alla Gesam, i familiari di Antonio Masia contestano le indagini
I legali: «Autopsia tardiva e mancanze dell’attività investigativa svolta nell’immediatezza»
Sassari L’esame autoptico disposto solo otto giorni dopo il decesso, l’immediata rimozione del cadavere e la richiesta - in un primo momento disattesa - del medico del 118 di procedere con l’autopsia. Dopo aver letto le motivazioni della sentenza di assoluzione di Fabiano Mario Saba, l’unico imputato per la morte di Antonio Masia, l’operaio della Gesam, trovato senza vita all’interno dello stabilimento di smaltimento rifiuti di Truncu Reale alle porte di Sassari il 25 luglio del 2022, i legali della famiglia dell’operaio tragicamente scomparso tre anni fa, ritengono che la decisione del giudice per l’udienza preliminare Sergio De Luca sia stata condizionata fortemente dalle «mancanze dell’attività investigativa svolta nell’immediatezza della morte del povero Masia – attaccano gli avvocati Daniele Alicicco e Francesca Fiori – che noi legali abbiamo sempre denunciato, già dal primo atto difensivo».
È stato lo stesso medico legale Francesco Serra, incaricato di accertare le cause del decesso del responsabile del settore cernita della Gesam, ad affermare durante il processo che «essendogli il cadavere pervenuto all’osservazione solamente in data 27.7.2022 dopo due giorni di esposizione ad elevate temperature – si legge nelle quattordici pagine delle motivazioni della sentenza – e con importanti fenomeni putrefattivi, ha potuto trarre conclusioni al riguardo solamente attraverso le fotografie del corpo scattate in occasione del sopralluogo del 25.7.2022, nelle quali erano visibili “cornee lucenti, ipostasi rosso-violacee in sede dorsale, improntabili alla digito-pressione, stomaco vuoto».
Dopo la sentenza di assoluzione di Saba per «non aver commesso il fatto», gli avvocati della famiglia Masia hanno dichiarato di voler valutare l’ipotesi di una impugnazione davanti alla corte d’appello. «Per ora possiamo affermare che è inaccettabile che sia stata disattesa la richiesta di autopsia del medico del 118 intervenuto con l’ambulanza – spiegano gli avvocati Alicicco e Fiori – e autorizzata la rimozione del cadavere. Ancora più inaccettabile il ritardo con cui la Procura della Repubblica di Sassari ha disposto l’esame autoptico, solo otto giorni dopo la morte di Masia, pregiudicando il buon esito dello stesso. Si evidenza – aggiungono i due legali – come le indagini si siano concentrate, esclusivamente, nella ricerca delle prove prendendo a presupposto un ristretto range temporale, con riferimento all’epoca della morte, oggi rivelatosi dubbio, nonostante la Procura avesse negli atti la possibilità di valutare quello più corretto e su questo svolgere le sue indagini. Se a tutto ciò, aggiungiamo la clamorosa assenza originaria di indagini in materia di sicurezza sul lavoro, perché di morte sul lavoro si tratta – proseguono i due legali della parte civile – la tardiva iscrizione del registro degli indagati dei vertici Gesam, avvenuta con due anni in ritardo, e la discutibile richiesta di archiviazione del pm, appare scontato che i familiari del povero Antonio Masia non possano essere soddisfatti dei risultati, fino ad oggi, raggiunti nella ricerca delle cause della morte del loro congiunto».
Nelle motivazioni depositate qualche giorno fa, il gup spiega che non «vi siano elementi sufficienti per pervenire a una affermazione di penale responsabilità di Fabiano Mario Saba. Non vi è alcuna prova – ha scritto nella sentenza il giudice De Luca – che sia stato lui a investire Masia e a occultarne il cadavere, non essendo stato in alcun modo possibile ricostruire la dinamica del sinistro». Antonio Masia era stato trovato senza vita il pomeriggio del 25 luglio di tre anni fa all’interno dell’impianto di smaltimento rifiuti di Truncu Reale. Schiacciato - aveva stabilito l’esame autoptico - da un mezzo di lavoro all’interno dell’impianto della Gesam, distrutto poi da un gigantesco incendio, poche ore dopo la visita degli investigatori della squadra mobile e il sequestro dei telefoni cellulari dei 35 dipendenti. Un rogo certamente doloso, hanno stabilito gli inquirenti. Ma per questo reato non ci sarà un processo.
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