I giovani medici di base si dimettono: «Questo mestiere non è vita»
In tre hanno lasciato il lavoro a Sassari e Sennori: ecco chi sono e le conseguenze per i pazienti
Sassari Sino ad oggi erano le zone disagiate a restare orfane dei medici di base. Quei piccoli paesi sperduti, dove l’anagrafe veleggia oltre i settanta anni, gli ospedali distano centinaia di chilometri, e un camice bianco è l’unico riferimento per la salute. Ma a che prezzo? Adesso l’asticella si è alzata, e anche gli ambulatori delle maggiori città rischiano di rimanere sempre più deserti. Ad alzare bandiera bianca, a questo giro, sono le nuove generazioni di medici, quelli che avevano scelto questa professione con passione e convinzione, investendo energie futuro, e che ora, con grande sofferenza, hanno capito di aver fatto la scelta sbagliata. Nell’ultima assemblea infuocata che si è svolta qualche giorno fa, in tre hanno dato le dimissioni, e una quarta è in arrivo. I dottori Stefano Sanna, Laura Mocci a Li Punti, e Mirko Carboni a Sennori non saranno più medici di medicina generale. Significa che circa 5000 pazienti, di punto in bianco, restano senza un riferimento sanitario territoriale.
«È stata una decisione sofferta, ci ho pensato molto. Ma ho capito che non potevo più rinviarla. È un mestiere che non si concilia con una qualità di vita accettabile. Gestire 1500 pazienti è insostenibile, ti costringe a lavorare dalle 11 alle 12 ore al giorno. Perché se i tuoi assistiti si affidano a te e ti considerano l’unico punto di riferimento, non puoi non affrontare seriamente questa responsabilità. In più il pubblico non riesce a soddisfare la domanda di prestazioni specialistiche, liste d’attesa infinite al Cup, e la gente è costretta sempre più spesso a rivolgersi ai privati. Questo per noi medici è un aggravio di burocrazia, perché poi i pazienti per le prescrizioni fanno tappa nei nostri ambulatori. Tutto questo ti porta a rinunciare a qualsiasi altra cosa: a trascurare la famiglia, a non avere un’ora di tempo da dedicare alla palestra, io che sono medico cardiovascolare e predico la forma fisica. E se volessi prendere una pausa e andare in ferie due settimane, non potrei farlo perché non c’è chi mi sostituisce. Quindi si lavora senza sosta, col cellulare che squilla a qualsiasi ora, e le pratiche si trascinano anche il fine settimana, ma è una continua rincorsa, e si accumula sempre più arretrato. Il che significa non riuscire ad aprire una mail con un referto importante, oppure rimandare una visita domiciliare per un paziente allettato. Questa non è una buona assistenza. E non può essere una vita sostenibile».
Il camice, per Stefano Sanna, 39 anni, sassarese, era già indossato dal destino: «Mio padre medico di famiglia, mia madre ospedaliera. Avevo in casa i due esempi di assistenza. Per me non poteva esistere una professione al di fuori del sistema sanitario, il privato non l’avevo mai preso in considerazione. E avevo scelto la strada di mio padre, perché 20 anni fa era quella che meglio si conciliava con la qualità di vita. Ora però il contesto è cambiato radicalmente: i 1500 pazienti di 20 anni fa, non sono gli stessi di adesso. La popolazione è invecchiata, e buona parte degli assistiti sono complessi e richiedono ben altra gestione. A gennaio a Li Punti è andato in pensione un medico di base, e 300 pazienti sono subito migrati nel mio ambulatorio. Giustamente i primi a muoversi sono quelli con problemi di salute, gli anziani e i cronici, e io, già affogato da 1200 persone, mi sono ritrovato con 1500. Ho chiesto all’Asl di ridurre il massimale a 1200, ho fatto presente che un livello assistenziale efficiente si può erogare con 1000 pazienti. Ho anche evidenziato le discrepanze nel numero di assistiti tra i medici di Sassari, dove ci sono ambulatori con 200 pazienti e altri con 1500. Ho chiesto una ridistribuzione dei carichi di lavoro, in modo da operare tutti in condizioni migliori. Niente da fare. Ed è così che ho maturato la mia decisione di mollare questo mestiere. Riprenderò con i concorsi, sceglierò qualcosa che mi consenta di riappropriarmi della mia vita. So che è un peccato, perché sono ormai 9 anni che faccio il medico, ho esperienza, e stavo raccogliendo tutto quello che avevo seminato. Ma le condizioni peggioreranno solamente: il nuovo contratto non aiuta, le case di comunità saranno un ulteriore aggravio di lavoro. Mi chiedo come farei a ritagliarmi altre 6 ore a settimana, se già ne lavoro 60. Il guadagno da medico massimalista, cioè meno di 3mila euro netti, è totalmente inadeguato per l’impegno richiesto. Ma non sarebbe nemmeno una questione di retribuzione: non ti pagheranno mai abbastanza se il lavoro ti sottrae alla tua famiglia e i tuoi affetti».