La Nuova Sardegna

Il punto

Assalti ai portavalori, legame stretto tra bande criminali di Sardegna e Toscana

di Claudio Zoccheddu
Assalti ai portavalori, legame stretto tra bande criminali di Sardegna e Toscana

Nel 2021 l’operazione della Dda di Cagliari portò all’arresto di 34 persone

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Sassari Due anni di indagini, 34 arresti e un duro colpo alle bande criminali sarde e ai loro contatti in Toscana, Lazio, Campania e Corsica. Era stato questo l’esito dell’Operazione Maddalena, coordinata tra il 2018 e il 2020 dalle Direzioni distrettuali antimafia delle Procure di Cagliari e Firenze in collaborazione con i Comandi provinciali dei carabinieri di Cagliari, Nuoro, Oristano, Sassari, Livorno, Grosseto, Roma, Caserta e Napoli. Le accuse contestate erano associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, traffico internazionale e alla detenzione di armi comuni da guerra e clandestine, organizzazione di rapine e assalti a caveau e furgoni portavalori e smercio di banconote false. Difficile sintetizzare meglio una parte delle ipotesi investigative fatte dopo l’assalto ai portavalori a San Vincenzo, in provincia di Livorno, venerdì scorso. Se poi si aggiungono le dichiarazioni fatte l’8 gennaio del 2021 dall’allora comandante provinciale dei carabiniere di Cagliari, Cesario Totaro, il quadro è completo: «Stavamo con il fiato sospeso perché c’erano i segnali che la banda potesse operare da un momento all’altro».

I teatri degli assalti ai portavalori previsti sette anni fa dalla Dda e dai carabinieri erano, manco a dirlo, Sardegna e Toscana, e cioè “le due regioni che il sodalizio aveva eletto come base operativa e sede degli obiettivi delle rapine da compiere”. Tra gli arrestati anche sette persone che il comando dei carabinieri di Cagliari aveva definito “la banda dei desulesi” insieme a una rappresentanza di diversi territori dell’isola, dal Sulcis alla Gallura, dall’Oristanese al Sassarese che sfruttavano una serie di agganci con emigrati sardi in Corsica e con esponenti della criminalità campana del clan Di Lauro e del clan Fabbrocino, entrambi arcinoti “sodalizi criminali di stampo mafioso”.

Ecco perché il senso di deja-vu era così forte dopo l’assalto ai portavalori toscani di venerdì scorso e dopo le infuocate polemiche che hanno animato e stanno animano i social network in questi giorni. Per rafforzare il senso del “già visto”, si potrebbe aggiungere che alcuni dei 32 arrestati al termine dell’Operazione Maddalena stavano preparando un assalto armato alla Mondialpol di Cecina, dove avevano affittato un capannone per custodire armi e mezzi pesanti. Sostanzialmente una copia a carbone degli assalti alla sede sassarese della Mondialpol datati 2016 e 2024. A completare il quadro, il traffico di stupefacenti, armi ed esplosivi che avveniva tra Sardegna e Corsica, dove la droga e gli esplosivi sardi venivano ceduti in cambio di armi. In sostanza, un loop infinito in cui la cocaina (ma nella lista c’erano anche hashish e marijuana), forse acquistata con i proventi degli assalti ai portavalori, veniva utilizzata per finanziare nuove rapine. I primi passi dell’Operazione Maddalena vennero mossi nel 2018, dopo il sequestro in un ovile di Umberto Secci, allevatore di Santadi, di un mezzo usato per un tentativo di rapina a un portavalori a Castiadas.

Gli inquirenti avevano documentato gli incontri tra l’allevatore e Giovanni Mercurio, di Loculi, ritenuto a capo di un’organizzazione che si occupava di traffico di armi e stupefacenti ma che aveva anche legami con le rapine alla Mondialpol. Mercurio, appena due anni dopo, era stato coinvolto anche nell’inchiesta Monte Nuovo, quella degli spuntini tra i “potenti” e i “banditi” perché “riconosciuto dalla banda (all’epoca indicata dalla Dda come “un'associazione di tipo mafioso”, ndr)come leader del narcotraffico”.

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