Caccia al medico di base: in Sardegna oltre il 60% ha più di 1500 pazienti
Dal 2019 al 2023 in Italia sono passati da 42.009 a 37.260: quasi 5mila camici bianchi in meno
Sassari Un tempo si chiamava libera scelta. Oggi è una caccia al tesoro. La Sardegna, poi, è il fanalino di coda. Anzi, il buco nero. In cinque anni ha perso quasi il 40% dei medici di famiglia, un esodo da record nazionale.I numeri li ha messi in fila la Fondazione Gimbe, prendendo i dati della Sisac (la struttura che tiene il conto dei medici convenzionati). E il quadro è quello di un paziente grave: dal 2019 al 2023 i medici di base in Italia sono passati da 42.009 a 37.260. Un taglio netto: 4.749 camici bianchi in meno. Meno visite, meno ricette, più code, meno assistenza. Il massimale teorico sarebbe 1.200 pazienti per medico. Ma la metà abbondante dei medici italiani ne ha molti di più.
In Sardegna, il 60,6% ha superato i 1.500 assistiti. Altro che medicina di prossimità. E non è solo un problema isolano. In Lombardia, ad esempio, il 74% dei medici è oltre soglia. In Veneto si arriva quasi al 69%, in Campania al 59%. La lista nera prosegue con Liguria, Piemonte, Marche, Emilia-Romagna, Trentino, Valle d’Aosta, e persino la virtuosa Bolzano. Nel frattempo, gli italiani hanno bisogno. E tanto: i 37.260 medici attuali devono gestire oltre 51 milioni di assistiti. Una media nazionale di 1.374 pazienti per ciascun dottore, ma con punte che sfondano quota 1.500 in più di dieci regioni. E le carenze si sentono. Mancano all’appello 5.575 medici, distribuiti in 17 regioni. Lombardia (-1.525) guida la classifica della penuria, seguita da Veneto (-785), Campania (-652), Emilia Romagna, Piemonte e Toscana.
Solo quattro regioni non lamentano vuoti: Basilicata, Molise, Umbria e Sicilia. Ma quanto dureranno? A sentire il Ministero, la soluzione è pronta: più borse di studio, più specializzandi, più assunzioni. Sulla carta funziona tutto. Nella realtà, è un disastro organizzato. Nel 2024 il 15% delle borse non è stato assegnato, e 1 su 5 abbandona la formazione prima della fine. E chi entra nel sistema spesso scappa, stroncato da turni massacranti, burocrazia soffocante e stipendi inadeguati. Anche ammesso che nel 2027 tutti gli specializzandi arrivino in fondo al percorso – e nessuno vada in pensione prima del previsto – non basterebbero nemmeno a colmare il buco attuale. (lu.so.)