La Nuova Sardegna

Lo studio

Minorenni sardi sempre più violenti: a scuola con tirapugni e coltelli

di Ilenia Mura
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Violenza sui giovani
- Violenza sui giovani

I dati emergono dallo studio dell’Osservatorio Cybercrime Sardegna effettuato su 5mila studenti sardi

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Sassari Risse, pestaggi, accoltellamenti. Secondo i primi dati di uno studio effettuato su 5mila studenti sardi dall’Osservatorio Cybercrime Sardegna diretto dallo psicoterapeuta cagliaritano Luca Pisano, sono sempre più numerosi i ragazzini delle scuole superiori della Sardegna che vanno in giro con armi bianche spesso costruite guardando i reel su Tik Tok: «Sono armati di coltellotirapugni, sfollagente. Ma usano anche i martelletti frangivetro che rubano dagli autobus su cui viaggiano per andare a scuola. Su internet apprendono come costruire i coltelletti, usando un pennarello e una lametta che si portano dietro nello zaino».

 La conferma arriva anche dall’ultimo report Espad-Cnr sulla violenza della GenerazioneZ dove il dato sulla Sardegna è impressionante: «Il 5.8% degli studenti ha utilizzato un’arma, il 42 per cento ha partecipato a zuffe e risse. Mentre il 7.5% ha riferito di aver fatto seriamente male a qualcuno (tanto da dover ricorrere ad un medico)».

Nel 2024, il 40,6% degli studenti di età compresa tra i 15 e i 19 anni riferisce di aver preso parte almeno una volta nella vita a zuffe o risse; tale quota corrisponde a circa un milione di adolescenti. In Sardegna, il dato è del 42 per cento: l’Istituto di Fisiologia Clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche offre un altro approfondimento sul comportamento giovanile attraverso lo studio ESPAD®Italia, che nel 2024 ha coinvolto oltre 20mila studenti provenienti da quasi 250 scuole. Il dato maggiormente degno di attenzione – spiegano dall’Istituto – riguarda i comportamenti più estremi come il colpire un insegnante e utilizzare un’arma per ottenere qualcosa, passati rispettivamente dall’1,2% al 3,4% e dall’1,4% al 3,4%. Per entrambi questi comportamenti si è assistito ad un’impennata a partire dal 2021, anno successivo alla pandemia da Covid-19».

«Siamo di fronte a una generazione profondamente immersa nel digitale, che rischia di sottovalutare la gravità della violenza, soprattutto quando mediata da uno schermo. Lo studio ESPAD®Italia 2024 – commenta Sabrina Molinaro, dirigente di Ricerca CNR-IFC – ci mostra come riprendere e condividere episodi violenti sia diventato quasi normale per molti adolescenti, alimentando un pericoloso distacco emotivo dalle conseguenze reali delle proprie azioni. In un contesto in cui la violenza può trasformarsi in contenuto virale, si smarriscono empatia, responsabilità e senso del limite».

Iniziano fin da piccoli: «L’80 per cento dei bambini di fascia d’età compresa fra i 9 e 10 anni trascorrono le ore a utilizzare videogiochi inadeguati e adatti ai 18enni dove le scene di guerra sono realistiche – spiega Luca Pisano, anche direttore scientifico Master in Criminologia Ifos (famiglie e minori) – e in cui i protagonisti vengono uccisi col lanciafiamme. E’ così che i bimbi cominciano a credere che la violenza sia normale». Ma non solo: «L’80 per cento dei preadolescenti è esposto a contenuti subculturali come le canzoni dei trapper e i loro video in cui la violenza passa attraverso ogni forma di criminalità e che spesso sono condivisi al 100 per cento all’interno delle classi monitorate. Così viene introiettata l’idea che l’uso delle armi sia positivo. Secondo i nostri giovani, le città in cui vivono non sono “sicure”». Fra gli studenti delle scuole superiori e gli universitari, precisa Pisano: «La percezione del pericolo è molto forte. Ci dicono di aver timore di rimanere coinvolti in risse e pestaggi per futili motivi e di aver paura di incrociare lo sguardo di qualcuno che voglia fare loro del male». Ecco perché, spiega ancora Pisano: «Prendono lezioni di autodifesa oppure si armano per difendersi». 

Abuso di alcol e droga fanno il resto: «Ed è proprio in questo scenario che stupisce e preoccupa — aggiunge Sabrina Molinaro – la facilità con cui alcuni giovani arrivano a impugnare un’arma, colpire un insegnante o ferire gravemente un coetaneo. L’incremento di questi comportamenti estremi, evidenziato dallo studio, suggerisce che l’assuefazione alla violenza, unita a fragilità relazionali e assenza di riferimenti educativi forti, stia generando una pericolosa normalizzazione dell’aggressività, trasformandola in strumento di espressione o, peggio, di appartenenza». 

«Bisogna intervenire sul disagio giovanile – sottolinea Luca Pisano – anche considerando il dato sulla dispersione scolastica al 18 per cento nell’isola».

Il supporto sociale e la qualità delle relazioni interpersonali sembrano giocare un ruolo importante in associazione ai comportamenti violenti in adolescenza. Infatti, coloro che hanno preso parte ad episodi di violenza riportano una minore soddisfazione nei rapporti con i loro amici rispetto a chi non ha preso parte a tali comportamenti. Allo stesso tempo però, chi ha preso parte ad episodi di violenza riporta una minore sensazione di esclusione ed una maggiore frequenza di rapporti positivi con i compagni. Queste associazioni suggeriscono che i comportamenti violenti possano avere una funzione aggregativa nel contesto adolescenziale, rappresentando un modo, seppur disfunzionale, per ricercare vicinanza e appartenenza all'interno del gruppo. Questa modalità di socializzazione potrebbe essere espressione di un disagio sottostante, in cui il bisogno di connessione e riconoscimento viene espresso attraverso dinamiche relazionali problematiche anziché tramite interazioni positive e costruttive. 

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