La Nuova Sardegna

Oristano

esposizione a brasilia

Il viaggio sudamericano delle opere di Salvatore Garau

Il viaggio sudamericano delle opere di Salvatore Garau

ORISTANO. Dalla Sardegna al Sudamerica. “Carte e tele, 1993/2015” è il titolo della nuova mostra dell’artista Salvatore Garau, inaugurata l’8 novembre al Museo Nazionale della Repubblica a Brasilia e...

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ORISTANO. Dalla Sardegna al Sudamerica. “Carte e tele, 1993/2015” è il titolo della nuova mostra dell’artista Salvatore Garau, inaugurata l’8 novembre al Museo Nazionale della Repubblica a Brasilia e aperta al pubblico sino al 4 dicembre. L’esposizione, realizzata in collaborazione con l’Ambasciata d’Italia a Brasilia, il Governo di Brasilia e l’Istituto Italiano di Cultura di San Paolo, presenta sessanta carte, metà delle quali mai esposte. Sono raccolte in due album di trenta lavori ognuno, realizzati a vent’anni di distanza l’uno dall’altro, e in mezzo otto grandi tele che sintetizzano il passaggio dell’artista dal bianco e nero al colore.

«Un giorno capita che apri un cassetto, prendi in mano un album di carte dipinte con smalto e grafite oltre venti anni prima e mai esposte, e non tu, ma loro, cominciano a sussurrarti che è giunto il momento di uscire dallo studio, finalmente mostrarsi», dice l’artista. Il primo album di carte della serie “Sculture sul limitare”, è composto di trenta piccoli lavori con una scultura disegnata a ridosso del margine della superficie della carta, sul limite estremo dopo il quale l’avventura continua anche se non possiamo vederla. La scultura fa appena in tempo ad affacciarsi e chi l’ha costruita si è già dileguato ma ne sentiamo il lavoro. Sono sculture immobili disegnate minuziosamente con grafite a contrasto col paesaggio in continuo mutamento sul quale sono posate.

Il secondo album di carte della serie “Rosso Wagner” è composto da altri trenta lavori dove il rosso porpora e l’argento si materializzano non più utilizzando il minerale della grafite ma il lucido dell’alluminio. Sono carte nate col sostegno, dapprima segreto e poi imperioso, della musica di Wagner che ha aiutato a creare un mondo passionale di contrasti caldi e freddi; contrasti violenti in una fusione dolce che nel cinema si chiamerebbe dissolvenza.

Le tele sono invece ispirate da questo pensiero: «Non c’è differenza tra grandi e piccole superfici se non per la fisicità nell’atto del dipingerle. Su una grande tela si muove tutto il corpo, la schiena dev’essere forte, i movimenti veloci e i muscoli agili. Su una piccola superficie sono seduto e solo le mani compiono i gesti. Il pensiero dello spazio che rimbomba in testa è lo stesso: un uguale riverbero dell’immenso, infinito anche nel piccolo».

Le sculture disegnate con grafite e acrilico tagliano la superficie anche al centro della grande tela, dettando la prospettiva e quindi lo spazio, nel quale l’artista è immerso lavorando dall’interno.

Delle otto presenti a Brasilia, realizzate tra il 2003 e il 2015 e che raccontano in maniera quasi viscerale il passaggio dal bianco e nero al colore, in una sola di esse, anche se di sfuggita, c’è una traccia tangibile della presenza fisica di un uomo. È “Mantello rosso che abbandona la scultura” del 2007.

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