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L’intervista

Quarant’anni di Jack: «Innamorato del Banco e di Sassari»

di Andrea Sini
Quarant’anni di Jack: «Innamorato del Banco e di Sassari»

Devecchi, ex capitano e leggenda della Dinamo Basket, festeggia un compleanno speciale: «Quante gioie come giocatore, ora vorrei provarle come dirigente»

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Sassari «Dal giorno in cui mi sono ritirato non ho letteralmente più preso in mano una palla da basket, ma quando sono a bordo campo a vedere le nostre partite ho dentro un’adrenalina simile a quella che sentivo quando giocavo». Da due stagioni non è più il ministro della difesa biancoblù, ma anche dietro la scrivania Jack Devecchi resta una colonna del club che ha rappresentato in campo per qualcosa come 17 stagioni. Il general manager della Dinamo, ormai un’autentica leggenda dello sport sardo, ha compiuto 40 anni.

È stato “ministro”, poi capitano. Ora si fa chiamare direttore?

«No, a Sassari sono per tutti Jack. Solo per qualcuno Giacomino».

Quarant’anni tondi. Quasi 19 vissuti in Sardegna. Ormai siamo vicini al sorpasso rispetto alla Lombardia.

«In realtà il sorpasso c’è già stato, perché io sono andato vi a da casa proprio a 19 anni. Insomma, anche se ho conservato le mie radici a Graffignana, la mia casa è qui si può ufficialmente dire che mi sento sassarese».

E dire che stava per andare via quasi subito.

«Dopo un paio di stagioni in Legadue con la Dinamo mi arrivò una bella offerta da Veroli, che puntava decisa alla promozione. Stavo per accettare, poi mio zio Vittorio Gallinari, che è sempre stato il mio agente, mi consigliò di restare».

Rimase, per non andarsene più.

«Fu un momento da slinding doors incredibile: quella stagione facemmo un gran campionato, arrivammo ai playoff e in finale battemmo proprio Veroli. Da quel momento in poi la crescita del club è stata vertiginosa».

Diciassette stagioni, oltre 800 presenze, 7 trofei alzati, dalla Legadue a un incredibile scudetto in formato Triplete. È mancato qualcosa?

«Potrei dire il secondo scudetto, scappato solo in gara7 della finale, ma è un bilancio straordinariamente positivo, non posso avere recriminazioni».

E in generale, aveva altri sogni che non ha realizzato?

«Sì, ne avevo due e non mi vergogno di dire che restano un rimpianto: sognavo di indossare la maglia della nazionale e di partecipare a un’olimpiade. Per i Cinque cerchi avrei fatto anche un’eccezione...».

In che senso?

«Non ho tatuaggi. Ma se avessi partecipato a un’Olimpiadi mi sarebbe piaciuto tenermi un ricordo sulla pelle».

Qualche emozione sarà scolpita nella mente e nel cuore.

«Sono tante, ma è anche abbastanza facile scegliere. La più forte in assoluto, come una scossa elettrica, è arrivata nel momento in cui Drake Diener, con la maglia di Reggio Emilia, ha sbagliato la tripla all’ultimo secondo e siamo diventati campioni d’Italia. Una sensazione indescrivibile».

E le altre?

«I trionfi, tutti. Il podio dello scudetto, le coppe Italia, la coppe europea alzata da capitano. Tutti traguardi che sognavo, ma quando ci arrivi poi è tutto diverso, ancora più bello».

Lei è anche un grande viaggiatore, sia per ragioni “professionali” che per passione. Quali sono i suoi viaggi del cuore?

«Dal punto di vista sportivo il viaggio più bello è senza dubbio quello di rientro il giorno dopo la conquista dello scudetto: il tragitto da Olbia a Sassari con le strade invase dai tifosi in festa sulla vecchia strada è stato incredibile. Ci abbiamo impiegato ore, perché a ogni incrocio c’era qualche gruppo che fermava il pullman per festeggiarci. Il viaggio da turista più bello e affascinante è stato in Giappone».

Quali viaggi sogna?

«Anche qui divido il lato sportivo dalla vita privata: mi piacerebbe partire per accompagnare la Dinamo a una Final Four europea. Per il resto continuo a inseguire le Sette meraviglie del mondo, me ne mancano ancora tre».

Il basket le manca?

«No perché ho la fortuna di vivere nella pallacanestro ogni giorno. A parte il match d’addio, non ho letteralmente fatto un tiro a canestro dal giorno in cui mi sono ritirato. Certo, mi mancano certe emozioni che solo il campo può darti. Però da un lato sento di avere dato veramente tutto, dall’altro mi emoziono davvero tanto anche a vedere le partite della Dinamo».

Che infatti segue in piedi...

«Ma certo, stare seduto è una sofferenza pazzesca e anche se non gioco sento ancora una certa adrenalina. Quindi ho cambiato postazione: ora sto in piedi davanti al tunnel degli spogliatoi».

Come ha vissuto le difficoltà di questa stagione?

«Male, nel senso che magari durante la settimana sono più concentrato sul lavoro, ma poi la partita la sento tanto. E ora dopo queste tre vittorie la vivo molto meglio».

Come un dirigente, come un tifoso.

«Certamente entrambe le cose. Da dirigente ho ancora tanto da imparare ma come manager sono ambizioso e determinato come quando ero un giocatore. Mi è stata data la possibilità di ricoprire ruolo importante, so che c’è tanta strada da fare ma vorrei rivivere da dirigente le emozioni che ho provato un decennio fa in campo».

Dove festeggerà questi suoi primi 40 anni?

«A Sassari, ovviamente, con i tanti amici che mi sono fatto nel mondo del basket e al di fuori di quello. Però appena possibile replicheremo a Graffignana. In fondo sono un sassarese che è rimasto legato alle sue radici»

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